Torna al blog

Zona di comfort sì, zona di comfort no

La zona di comfort è il nostro posto sicuro: non è necessario uscire fuori, a volte possiamo semplicemente scegliere di allargarla.

Zona di comfort sì, zona di comfort no

Quante volte ci siamo sentiti dire: “Devi uscire dalla tua zona di comfort”?

Come se stare nella nostra zona di comfort fosse qualcosa da cui liberarci. Come se per crescere ed evolvere dovessimo necessariamente lasciare ciò che conosciamo e lanciarci verso qualcosa di nuovo.

Ma siamo sicuri che debba essere proprio così?

La zona di comfort non è necessariamente un luogo in cui non succede nulla. È quello spazio fatto di abitudini, esperienze e comportamenti conosciuti, che ci permette di muoverci con una certa sicurezza perché sappiamo, più o meno, cosa aspettarci.

E allora forse la domanda non è: “Come faccio a uscire dalla mia zona di comfort?”

Ma: “Cosa succederebbe se iniziassi ad ampliarla, se dentro ci portassi altro?”

Perché non è detto che, per scoprire qualcosa di nuovo, dobbiamo rinunciare a ciò che già conosciamo.

Possiamo tenere le nostre certezze e, contemporaneamente, aggiungere nuove esperienze.

Un passo alla volta.

Possiamo iniziare da qualcosa di molto semplice: cambiare posto a tavola, scegliere un ristorante diverso, modificare una piccola abitudine, fare una strada diversa per andare in ufficio o a fare la spesa.

Piccoli gesti che ci portano a riattivare l’attenzione.

A guardare ciò che normalmente non guardiamo. A notare dettagli nuovi. A uscire, anche solo per un momento, dal pilota automatico.

E questo può diventare un allenamento.

Ampliare la propria zona di comfort significa fare una piccola cosa per volta, mantenendo ciò che ci fa sentire sicuri e sperimentando qualcosa che ancora non conosciamo.

Può essere un modo diverso di relazionarci con un collega o con il nostro capo. Una domanda che pensiamo da tempo di fare. Un’opinione espressa con maggiore chiarezza. Persino un modo diverso di vestirci.

Non serve una rivoluzione.

Serve una piccola deviazione dalla strada conosciuta.

E probabilmente sentiremo un piccolo fastidio.

Non necessariamente disagio, ma quella sensazione di vigilanza, di attenzione che compare quando facciamo qualcosa che non abbiamo ancora sperimentato: come quando ci chiudono una strada che conosciamo e dobbiamo prestare attenzione alla deviazione verso un nuovo percorso. Non sappiamo cosa aspettarci e così è anche nella vita.

Non sappiamo come reagiranno gli altri. E forse non sappiamo nemmeno come reagiremo noi.

Ed è proprio qui che comincia la parte interessante.

Possiamo sperimentare, osservare ciò che accade e poi scegliere.

Possiamo tornare al comportamento precedente, oppure decidere di ripetere quella nuova esperienza se ci ha mostrato qualcosa di utile.

In entrambi i casi abbiamo imparato qualcosa: sul contesto, sugli altri e soprattutto su di noi.

Perché spesso siamo noi stessi ad anticipare la realtà.

Pensiamo che quella domanda provocherà un rifiuto. Che quella richiesta sarà mal accolta. Che esprimere un’opinione diversa creerà un conflitto.

Poi lo facciamo. E scopriamo che la realtà può essere diversa da quella che avevamo immaginato.

L’esperienza ci restituisce informazioni. E quelle informazioni ci offrono nuove possibilità di azione, di essere.

Forse, allora, ampliare la zona di comfort non significa diventare qualcun altro.

Significa permetterci di scoprire chi possiamo essere anche quando facciamo qualcosa di diverso da ciò che abbiamo sempre fatto.

Non rinunciare alle nostre certezze, ma aggiungere.

Una strada nuova. Un’esperienza stravagante. Un modo diverso di guardare. Una possibilità.

Perché più possibilità abbiamo, più possiamo scegliere.

E forse è proprio questo il senso: non uscire dalla zona di comfort, ma allargarla.

Perché se ci diamo il permesso di osare, ci diamo anche il permesso di diventare.