Cosa è un Mental coach?
Allenare la mente, scoprire possibilità, trasformarle in azione
Cosa significa davvero fare coaching?
Mi piace pensare al Mental Coach come a un allenatore della mente.
La nostra mente, proprio come i muscoli del nostro corpo, ha bisogno di stimoli, esercizio ed esperienze per sviluppare capacità e possibilità che spesso non pensiamo di avere.
Il coaching diventa così una modalità con cui allenarci a riconoscere le nostre risorse e svilupparne di nuove, in funzione di ciò che desideriamo raggiungere. Attraverso la consapevolezza si aprono nuove prospettive e modalità di agire.
Alla base del lavoro del coach c’è la possibilità di comprendere come funzioniamo, come funziona il nostro cervello, come costruiamo le nostre rappresentazioni della realtà e quali automatismi ci fanno sentire sicuri, anche quando non sono più efficaci.
Conoscerli ci permette di scegliere con maggiore consapevolezza ciò che ci è utile e ciò che invece possiamo rivedere.
Il coaching ci offre quindi strumenti da utilizzare nelle diverse situazioni della vita, favorendo consapevolezza, possibilità di scelta e capacità di decisione.
Il coaching sviluppa anche il concetto di potere personale.
Non significa poter controllare tutto ciò che accade, ma riconoscere ciò che possiamo fare noi, anche dentro una situazione che non abbiamo scelto.
La domanda diventa: “Che cosa posso fare io?”
Il coach aiuta quindi la persona a recuperare la propria centralità e a diventare protagonista delle situazioni che sta vivendo, distinguendo ciò che può modificare da ciò che deve imparare a lasciare andare.
Spesso continuiamo a utilizzare modalità che non funzionano semplicemente perché le conosciamo. Sono diventate abitudini e ci danno sicurezza.
C’è una frase spesso attribuita ad Albert Einstein che esprime bene questo concetto: “È follia fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.”
A volte, allora, è sufficiente porsi una domanda diversa: “Se non funziona, cosa posso fare di diverso?”
Il coaching è movimento
La parola coach richiama storicamente l’idea della carrozza, qualcosa che accompagna da un punto a un altro.
Per me questa immagine racconta perfettamente il coaching: fare coaching significa muoversi, attivare un cambiamento.
Non è soltanto consapevolezza, ma anche chiedersi: “Che cosa faccio di questa consapevolezza?”
Perché comprendere qualcosa di noi è importante, ma è nell’esperienza che possiamo verificarne il valore, sperimentando modi diversi di stare nelle situazioni.
Il coach aiuta ad aiutarsi
Il coach non è un consulente e non porta soluzioni preformate.
Non si va dal coach per ricevere “la soluzione del coach”.
Il coach aiuta ad aiutarsi, accompagnando la persona a trovare dentro di sé risposte, risorse e possibilità che siano realmente proprie.
Attraverso domande, strumenti ed esperienze si può lavorare sul linguaggio, sull’immaginazione, sulle emozioni, sui propri schemi e sui meccanismi cognitivi.
In questo senso il coaching può diventare una sorta di bacchetta magica: non perché faccia comparire ciò che vogliamo, ma perché ci aiuta a vedere ciò che prima non riuscivamo a vedere.
Nuove informazioni. Nuove prospettive. Nuove risorse. Nuove possibilità di azione.
E quando amplia il nostro modo di leggere una situazione, amplia anche ciò che possiamo scegliere di fare.
Coaching e psicoterapia: due percorsi diversi
Il coaching non è psicoterapia e non si occupa della diagnosi o della cura di patologie e disturbi psicologici.
È orientato principalmente al presente e al futuro, agli obiettivi, alle risorse e alle possibilità di azione.
La psicoterapia è invece un intervento sanitario che può lavorare sulle esperienze passate, sulle sofferenze psicologiche, sui traumi e sulle problematiche cliniche, secondo il percorso definito dal professionista.
Sono ambiti diversi, con finalità e competenze differenti.
Quando emerge una situazione che supera il campo del coaching, il compito del coach è riconoscerlo e indirizzare la persona verso il professionista più adeguato.
Il vero obiettivo? L’autonomia
Il coach non deve diventare una stampella.
Come in un allenamento, arriva il momento in cui il giocatore deve scendere in campo.
L’allenatore può prepararti. Ma la partita la giochi tu.
Il vero obiettivo è che la persona impari a osservare, scegliere, sperimentare e agire in autonomia.
Per me, in fondo, il Mental Coaching è questo: scoprire chi siamo, riconoscere ciò che abbiamo, aprirci a ciò che ancora non conosciamo e trasformare le possibilità in azione.
E come dico spesso in sessione: non si prova il coaching. Si fa il coaching!
